Rompi Catene

ottobre 30th, 2016


Rompi Catene


 

Quando io ero bambino mi piaceva andare al circo, specialmente a vedere l’elefante.
 

Durante la funzione, l’enorme bestia era formato da peso, misura e ed enorme forza… ma dopo lo spettacolo e persino poco prima di rientrare in escenario, l’elefante rimaneva sorretto da una catena che imprigionava una delle sue zampe ad una piccola stacca di legno fissata al suolo. Tuttavia, la stacca era minuscola, mi sembrava insufficiente per bloccare un elefante.
 

Quell’animale capace di sradicare un albero con la sua propria forza, potrebbe, con facilità, rompere la stacca e fuggire.
 

Il mistero: Cosa lo mantiene allora?, Perché non scappa? Domandavo a molte persone e mi davano insufficienti ragioni sul fatto. Uno di loro disse che l’elefante non fugge perché è ammaestrato.
 

Allora la domanda ovvia: se è ammaestrato, perché lo legano ad una stacca?
 

Non ricordo aver ricevuto nessuna risposta coerente.
 

Col tempo quell’incognito rimase conservata nella mia memoria senza dargli più importanza.
 

Un giorno trovai la risposta e questa è la spiegazione: ‹‹L’elefante del circo non scappa perché è stato legato ad una stacca simile da quando era piccolo››.
 

Ho chiuso gli occhi e mi sono immaginato il piccolo appena nato sorretto alla stacca.
 

Sono sicuro che in quel momento l’elefantino avrà spinto, tirando e sudando cercando di liberarsi. E malgrado tutta la sua forza non ci è riuscito.
 

La stacca era naturalmente molto forte per lui. Il giorno dopo ci avrà riprovato, e anche l’altro e il giorno altro ancora… Fino che un giorno… un terribile giorno per la sua storia, l’animale accettò la sua sconfitta e si rassegnò al suo destino.
 

Questo enorme e potente elefante non scappa perché crede che NON PUÒ. Lui mantiene fermo nella sua memoria il ricordo della sua inutile fatica, e di quella sconfitta e non è mai ritornato a questionare seriamente quella convinzione.
 

Mai e poi mai, ha fatto il tentativo di mettere a prova la sua forza contro la stacca un’altra volta.
…Ognuno di noi siamo un pò come quell’elefante: andiamo per il mondo legati ad una stacca che ci diminuisce libertà.
 

Viviamo convinti che un sacco di cose ‹‹non possiamo››,
 

semplicemente perché allora, quando ci abbiamo provato, non ci siamo riusciti.
 

Rimane fermo nei nostri ricordi: Non posso… Non ci riesco e non ci riuscirò mai.
 

Siamo cresciuti portando quel messaggio che ci siamo imposti a noi stessi e non abbiamo mai fatto di nuovo il tentativo. Non ci siamo riproposti.
 

L’unico modo di sapere, è fare il tentativo di nuovo mettendoci questa volta TUTTO IL CUORE.

Il Nostro Tesoro

ottobre 29th, 2016


Il Tesoro Nascosto


 

C’era una volta un re molto triste che aveva un servitore, che come solito servitore di un re triste, era molto felice.
 

Tutte le mattine arrivava portando la colazione, e svegliava il re cantando e canticchiando allegre canzoni da giullare.
 

Un sorriso si disegnava nella sua distesa faccia e la sua attitudine verso la vita era sempre serena e allegra.
 

Un giorno il re lo fece chiamare.
 

«Rufus» gli disse: «qual è il segreto?»
 

“Quale segreto, Sua Maestà?”
 

«Qual è il segreto della tua allegria?»
 

“non c’è nessun segreto, Altezza.”
 

«Non mentire Rufus. Ho fatto decapitare teste per offese più insignificanti di una bugia.»
 

“Non mento, Altezza, non nascondo nessun segreto.”
 

«Allora, perché sei sempre così allegro e felice?, eh?, perché?»
 

“Maestà, non ho ragioni per essere triste. Sua Altezza mi onora permettendomi servirla. Ho mia moglie e i miei figli che abitano nella casa che la Corte ci ha assegnato, siamo vestiti e alimentati e inoltre sua Altezza mi premia di tanto in tanto con alcune monete per darci alcuni piaceri. Come non esser felici?”
 

«Se non mi dici ora stesso il segreto, ti farò tagliare la testa», disse il re.
 

«Nessuno può essere felice per quelle ragioni che hai dato.»
 

“Pero, sua Maestà, non c’è segreto. Nulla mi farebbe più piacere che rallegrarla, ma non c’è niente che io stia occultando…”
 

«Vai via, esci prima che chiami le guardie!…» Il servitore sorrise, fece un inchino e uscì dalla stanza.
 

Il re era su tutte le furie. Non riusciva a spiegarsi come Rufus fosse felice vivendo in prestito, usando vestiti usati e mangiando gli avanzi dei cortesani.
 

Quando si ebbe calmato, fece chiamare il più saggio dei suoi assessori e gli raccontò la vicenda della mattina.
 

«Perché lui è felice?»
 

‹Ah, sua Maestà, quello che succede è che lui è fuori dal circolo›
 

«Fuori dal circolo?»
 

‹È così›
 

«E ciò è quello che lo rende felice?»
 

‹No Maestà, ciò è quello che non lo fa infelice.›
 

«Vediamo se capisco, stare dentro il circolo ti fa infelice»
 

‹È così›
 

«E come ne venne fuori?»
 

‹Non ci è mai entrato›
 

«Che circolo è quello?»
 

‹Il circolo del 99.›
 

«Veramente, non ho capito niente.»
 

‹L’unico modo per farla comprendere, sarebbe mostrarglielo con i fatti.›
 

«E come?»
 

‹Facendo entrare il tuo servitore nel circolo›
 

«Certo, lo obbligheremo a entrare.»
 

‹No, Altezza, nessuno può obbligare nessuno a entrare nel circolo.›
 

«E allora lo faremo entrare con l’inganno»
 

‹Non c’è bisogno sua Maestà. Se gli diamo l’opportunità, lui entrerà da solo.›
 

«Ma lui non se ne renderà conto che ciò è la sua infelicità?»
 

‹Certo che se ne accorgerà›
 

«E allora non ci entrerà mai»
 

‹Non lo potrà evitare›
 

«Dici che lui se ne accorgerà dell’ infelicità che gli causerà entrare in quel ridicolo circolo, e in ogni caso ci entrerà lo stesso e non ne potrà uscire?»
 

‹Tale quale, Maestà. Sei disposto a perdere un eccellente servitore per poter capire la struttura del circolo?›
 

«Sì, sono disposto!»
 

‹Bene allora, questa sera passerò da te. Devi portare con te una borsa di cuoio con 99 monete d’oro esatte esatte, nè più nè meno…
 

«99!… Cos’altro? Porto le guardie in caso…?»
 

‹Nulla oltre la borsa di cuoio…
 

Maestà, a stasera.›
 

Quella sera il saggio andò dal re e insieme attraversarono il cortile del palazzo e si nascosero davanti la casa di Rufus.
 

Quando dentro casa ebbero acceso la prima candela, l’uomo saggio prese la borsa di cuoio con le 99 monete d’oro e scrisse in un pezzo di carta:
 

»Questo tesoro è tuo. È il premio per esser stato un brav’uomo. Divertiti, godine e non raccontare a nessuno come le hai trovate.«
 

Poi legò la borsa e la carta alla porta del servitore, bussò e tornò a nascondersi. Quando Rufus uscì, il saggio e il re spiavano da dietro un cespuglio.
 

Il servitore vide la borsa e al sentire il suono metallico si scosse un po’, afferrò la borsa contro il petto, guardò verso tutti i lati della porta ed entrò in casa.
 

Il saggio e il re si avvicinarono alla finestra per guardare la scena. Il servitore aveva spazzato via tutto quel che c’era sul tavolo e lasciato soltanto la candela. Si era seduto e aveva svuotato il contenuto sopra il tavolo.
 

I suoi occhi non potevano credere a quello che vedevano. Era una montagna ricca di monete d’oro!
 

Lui, che non ne aveva mai toccato una in vita sua, oggi invece aveva una montagna di monete tutte per lui.
 

Rufus le toccava, le ammucchiava e le accarezzava
 

Faceva brillare la luce della candela sul mucchio d’orato.
 

Le univa e le spargeva, faceva pile di monete.
 

Così facendo e giocando, iniziò a fare pile da 10 monete. Una pila da dieci, due pile da dieci, tre pile, quattro, cinque, sei… e mentre sommava 10, 20, 30, 40, 50, 60… Ecco la sorpresa che avvenne nel formare l’ultima pila: “9 monete”.
 

Il suo sguardo ricorse prima il tavolo, cercando una moneta in più. Poi il pavimento e finalmente la borsa.
 

“Non è possibile, non può essere”, pensò. Incredulo mise l’ultima pila vicino alle altre e in effetti ebbe conferma che era più bassa.
 

“M’hanno rubato!”, gridò, “mi hanno rubato, maledetti!”
 

Ancora una volta cercò sul tavolo, sul pavimento, nella borsa, nei suoi vestiti, svuotò le tasche, spostò i mobili, ma non trovò quello che cercava.
 

Sul tavolo, come prendendosi gioco di lui, un bel gruzzolo risplendente gli ricordava che c’erano 99 monete d’oro, “soltanto 99”.
 

“99 monete. È molto denaro”, pensò.
 

“Pero mi manca una moneta. Novantanove non è un numero completo”, pensava. “Cento è un numero completo, ma novantanove no.”
 

Il re e il suo assessore continuavano a guardare dalla finestra.
 

La faccia di Rufus non era più la stessa, era accigliato e aveva i lineamenti tesi, gli occhi erano diventati piccoli e corrugati e la bocca mostrava un orribile rittus, dalla quale sporgevano i denti.
 

Il servitore mise le monete nella borsa e guardando dappertutto per vedere se qualcuno in casa lo vedesse, nascose il bottino fra la legna.
 

Poi prese carta e piuma e sedette a fare conti e calcoli.
 

Quanto tempo dovrebbe risparmiare il servitore per comprare la sua moneta numero cento?
 

Tutto il tempo parlava da solo, a voce alta.
 

Era disposto a lavorare sodo fino ad ottenerla.
 

Caso mai dopo non ci sarà più bisogno di lavorare.
 

Con cento monete d’oro, un uomo può smettere di lavorare, Con cento monete d’oro un uomo è ricco. Con cento monete si può vivere tranquilli.
 

Fece il calcolo. Se lavorasse e risparmiasse il suo salario e qualche denaro extra che riceveva, in undici o dodici anni metterebbe insieme il necessario per poter comprare l’ultima moneta mancante.
 

“Dodici anni è troppo tempo”, pensò.
 

Forse potrebbe chiedere a sua moglie di cercare lavoro al paese per un periodo. E perché non andarci anche lui stesso, dopotutto, lui finiva il suo compito al palazzo alle cinque del pomeriggio, potrebbe lavorare fino a sera e ricevere qualche extra per questo.
 

Fece i conti: sommando il suo lavoro nel paese e quello di sua moglie, avrebbe riunito il denaro in sette anni. Era molto tempo!
 

Quissà potrebbe portare al paese quello che rimaneva dei pasti tutte le sere e venderlo per alcune monete. Di fatto, quanto meno mangiassero, più cibo ci sarebbe da vendere… Vendere… Vendere…
 

Fuori faceva caldo. Perché tanti vestiti d’inverno? Perché più di un paio di scarpe?
 

Sarebbe stato un bel sacrificio, tuttavia in quattro anni di sacrifici sarebbe arrivato alla sua moneta cento…
 

Il re e il saggio, tornarono al palazzo. Rufus era entrato nel circolo del 99…
 

Durante i mesi prossimi, il servitore molto determinato continuò i suoi piani, tale come se li occorsero quella sera.
 

Una mattina, Rufus entrò nella stanza reale colpendo le porte, brontolando di minime cose.
 

«Cosa succede?» chiese il re in buon modo.
 

“Niente niente, non ho niente”
 

«Prima, non molto fa, ridevi e cantavi tutto il tempo.»
 

“Faccio il mio lavoro, no? Cosa vorrebbe sua Altezza, che fossi anche il suo buffone e il suo giullare?”…
 

Non trascorse molto tempo prima che il re cacciasse via Rufus. Non era di suo gradimento avere un servitore che fosse sempre di cattivo umore.
 

Tu e io, e tutti noi siamo educati in questa stupida ideologia: Sempre ci manca qualcosa per essere completi, e solo completi si può godere di quello che si ha.
 

Per tanto, ci hanno insegnato: la felicità dovrà aspettare a completare quello che manca…
 

E visto che sempre ci manca qualcosa, l’idea ricomincia e non si può mai vivere la vita come la si vuole.
 

Pero, cosa succederebbe se l’illuminazione arrivasse alle nostre vite e ci rendessimo conto, così, di colpo, che le nostre 99 monete sono il cento per cento del tesoro,
che non ci manca nulla, che nessuno è rimasto con le nostre cose, che nulla ha di più rotondo cento che novantanove,
che tutto è solo una trappola, una carota messa davanti a noi perché fossimo stupidi, perché tirassimo il carro, stanchi, di cattivo umore, infelici o rassegnati.
Una trappola perché mai smettessimo di spingere e che tutto continui come sempre lo stesso… eternamente lo stesso!…
 

Quante cose cambierebbero se potessimo degustare ora stesso i nostri tesori e la nostra ricchezza tali come sono.

Occasioni Speciali

ottobre 27th, 2016


Occasioni Speciali


 

Il mio amico aprì il cassetto del comodino di sua moglie e alzò un pacco avvolto in carta di seta.
 

«Questo –disse– non è un semplice pacco, è biancheria intima».
 

Tirò la carta che l’avvolgeva e osservò la squisita seta e il cofanetto. «Lei comprò questo la prima volta che andammo a New York, 8 o 9 anni fa. Non l’usò mai. Da allora l’ha tenuta e messa da parte per qualche “occasione speciale”.
Beh, credo che questa è l’occasione».
 

Si avvicinò al letto e collocò l’indumento insieme agli altri capi che doveva portare al funerale. La moglie gli era appena morta.
 

Girandosi verso di me, disse:
«Non lasciare mai niente da parte per un occasione speciale, ogni giorno che vivi è un giorno speciale».
 

Ancora oggi penso a quelle parole… e hanno cambiato la mia vita. Ora leggo di più, e metto a posto di meno.
 

Mi siedo in terrazza, ammiro la vista senza fare caso all’erbaccia del giardino.
 

Trascorro più tempo con la mia famiglia e gli amici e meno tempo al lavoro.
 

Ho capito che la vita deve essere un patrono di esperienze per trovar piacere e non per sopravvivere.
 

Non lascio ne metto da parte niente. Uso i miei bicchieri di cristallo tutti i giorni.
 

Mi metto il giubbotto nuovo per andare al supermercato, se così lo decido e mi vien voglia.
 

Non conservo più il mio miglior profumo per feste speciali, lo utilizzo ogni volta che mi va di farlo.
 

Le frasi «un giorno»… e «uno di questi giorni», stanno sparendo dal mio vocabolario.
 

Se vale la pena vedere, ascoltare o fare, voglio vederlo, ascoltarlo e farlo ora.
 

Non sono certo di quante cose avrebbe potuto fare la moglie del mio amico, se lei avesse saputo che non starebbe qui per il domani, cosa che tutti prendiamo tanto alla leggera.
 

Penso che lei avrebbe chiamato i sui familiari e gli amici.più cari.
 

In tal caso, avrebbe chiamato ad alcuni vecchi amici per chiedere scusa e fare la pace per possibili litigi del passato.
 

Mi piace pensare che sarebbe andata al ristorante cinese, a mangiare il suo piatto preferito.
 

Sono questi piccoli momenti messi da parte, senza far nulla, che mi farebbero arrabbiare se saprei che le mie ore sono contate.
 

Arrabbiato perché ho smesso di vedere i miei amici con i quali dovevo mettermi in contatto «uno di questi giorni».
 

Arrabbiato perché non ho scritto certe lettere che pensavo scrivere «un giorno».
 

Arrabbiato e triste perché non ho detto ai miei genitori, ai miei fratelli, miei figli, ai miei amici con sufficiente frequenza, quanto li amo.
 

Ora faccio il tentativo di vivere il presente.
Ora cerco di non rimandare, fermare o metter niente da parte che aggiungesse sorrisi e allegria alle nostre vite.
 

E ogni mattina dico a me stesso che questo giorno è speciale… ogni giorno, ogni ora, ogni minuto… è speciale..
 

Spero l’abbiate letto attentamente e teniate conto che solamente abbiamo una sola vita e che dobbiamo trovare il meglio in ogni momento e non «aspettare un momento speciale», ogni minuto delle nostre vite sono già «un momento speciale».

Come Comunicare

ottobre 26th, 2016


Come Comunicare


 

Il modo in cui comunichi le cose, può cambiare l’animo e la disposizione di chi ti ascolta…
 

Un giorno, nel palazzo reale, un re sognò che aveva perso tutti i denti.
 

Dopo essersi svegliato, fece chiamare un Saggio per farsi interpretare il sogno.
 

‹che disgrazia mio Signore!› esclamò il saggio.
 

‹Ogni dente caduto rappresenta la perdita di un parente di vostra Maestà›.
 

‹‹Che insolenza›› gridò il re infuriato.
 

‹‹Come osi dirmi certe cose!?››
 

‹‹Fuori da qui››.
 

Chiamò le guardie e ordinò di dargli 100 frustate.
 

Più tardi ordinò la presenza di un altro Saggio e gli raccontò ciò che aveva sognato.
 

Il saggio, dopo aver ascoltato il sogno del re con attenzione… gli disse:
 

‹Sia lodato il cielo›
 

‹Gran felicità vi è riservata›
 

‹Il sogno significa che sopravviverai a tutti i vostri parenti›
 

La sembianza del re si illuminò con un gran sorriso e ordinò di consegnargli 100 monete d’oro.
 

Quando il saggio uscì dal palazzo, uno dei corteggiani gli chiese ammirato.
 

“Non è possibile. L’interpretazione del sogno che avete fatto è la stessa che il primo Saggio. Come vi siete riuscito?”… “Non capisco perché al primo gli ha pagato con 100 frustate e a te con 100 monete d’oro”.
 

‹Ricorda bene amico mio› rispose il secondo Saggio.
 

‹Che tutto dipende dal modo nel comunicare le cose›… (FINE)
 

Una delle grandi sfide dell’umanità è imparare a comunicare.
 

Dalla comunicazione dipende molte volte la felicità o la disgrazia, la pace o la guerra.
 

Che la verità debba essere detta in qualsiasi momento, di questo non c’è dubbio.
 

Ma il modo in cui deve essere comunicata è ciò che provoca in alcuni casi, grandi problemi.
 

La verità si può confrontare con una pietra preziosa.
 

Se la lanciamo contro il viso di qualcuno, può ferire, ma se la incartiamo in un delicato cofanetto e la offriamo con tenerezza, certamente sarà accetata con apprezzo.

Amore Non Corrisposto

ottobre 25th, 2016


Amore non corrisposto


 

Era una bella principessa arrivata al punto di doversi sposare…
 

Tra i candidati si trovava un giovane cittadino comune, che non aveva più altro che amore e perseveranza con se. Quando arrivò il momento di parlare, disse: «Principessa, ti ho amato tutta la mia vita. Dato che sono un uomo povero e non ho tesori da darti, ti offro il mio sacrificio come prova d’amore. Starò 100 giorni seduto sotto la tua finestra, senza più alimenti che la pioggia e senza più vestiti che quelli che ho addosso. Quella è la mia dote».
 

La principessa, commossa per simile gesto d’amore, decise accettare:
 

‹Avrai la tua opportunità!, Se superi la prova, mi sposerai›.
 

Così trascorsero le ore e i giorni. Il pretendente rimase seduto, sopportando i venti, la neve e le notti gelide. Senza accigliare, con la vista fissa sul balcone della sua amata.
 

Il coraggioso vassallo continuò saldo nel suo impegno, senza cedere un momento e senza svenire.
 

Di tanto in tanto la cortina della finestra reale lasciava traslucire la snella figura della principessa., la quale, con un nobile gesto e un sorriso, approvava tutti i presenti. Tutto andava di mille meraviglie. Incluso alcuni ottimisti avevano già iniziato a pianificare i preparativi per il festeggiamento.
 

Arrivati al novantanovesimo giorno, gli abitanti della zona erano tutti pronti ad accogliere, applaudire, ammirare e acclamare il prossimo monarca.
Tutto era allegria e festa, fino che subito dopo, quando mancava un’ora per compiere il termine, davanti agli sguardi increduli degli assistenti e la perplessità della fanciulla, il giovane si alzò e senza dare spiegazione alcuna, si allontanò lentamente dal posto. Tutto andò in fumo.
 

Alcune settimane dopo, mentre camminava su un solitario cammino, un bambino della comarca lo raggiunse e gli chiese gridando: “Che cosa hai fatto? Che cosa ti è successo?, eri a un passo per raggiungere la tua meta, perché ti sei fatto sfuggire questa occasione?, perché te ne sei andato?”. Con profondo rammarico e alcune lacrime non ben disimulate, il giovane rispose a voce bassa:
 

«Lei non mi ha risparmiato neanche un giorno di sofferenza, nemmeno un’ora, non meritava il mio amore…».
 

Il merito non sempre è l’egocentrismo, senno dignità. Quando dai il meglio di te stesso(a) a un’altra persona, quando decidi condividere la vita, quando apri il tuo cuore di paio in paio e spogli l’anima fino l’ultimo angolo, quando perdi la vergogna, quando i segreti smettono di esserlo, almeno meriti comprensione.
 

Che non si apprezzi, che s’ignori o sconosca freddamente l’amore che regali a mani piene è sconsiderazione o , nel miglior dei casi, leggerezza.
 

Quando ami qualcuno che oltre a non corrsiponderti non valora il tuo amore e ti ferisce, sei nel posto sbagliato. Quella persona non merita l’affetto che gli doni. La cosa è chiara: Se non ti senti ben accolto in qualche posto, fai le valigie e vattene via, allontanati e fuggi da lì.
 

Non rimanere cercando approvazione, cercando di aggradare e scusandoti per non essere come gli/le piacerebbe che tu fossi. Non c’è volta pagina. In qualsiasi rapporto di coppia che tu ti trovi, non meriti chi non ti ama, e peggio ancora, chi non accetta come sei.
 

Prendi le tue cose e vai via in tempo con la soddisfazione di aver dato il meglio di te stesso… Non ha prezzo!

Il Re in cerca del Saggio

giugno 17th, 2014


Il Re in cerca del Saggio
e del Significato Nascosto


 

C’era una volta un Re in una remota isola, che non trovava più significato a nulla, era annoiato da tutto quel che faceva, da tutto quel che vedeva e non trovava più grazia a nulla.
 

Decise fare una visita all’isola vicina dove si sentiva dire abitasse un gran Saggio che ti spiegava di tutto
e questo l’incuriosì molto tanto da non pensarci due volte che ne uscì in cerca.
 

Furono vari i giorni di viaggio, tanto affaticati che il Re dormì durante tutto il viaggio sognando e pensando con trovare le risposte più sincere e sicure del mondo:
 

le risposte di come essere più felice, divertente ma soprattutto essere migliore governante ogni giorno.
 

Così trascorsero i giorni, e questo Re riflettendo e pensando di tutto; chiede al suo capitano:
 

«Quando arriveremo all’altra isola?»
 

“Siamo già nelle rive della famosa isola del Saggio” rispose il capitano.
 

Il Re si rallegrò così tanto che non appena ebbero toccato terra corse per il porto chiedendo su quel Saggio famoso della quale se n’era sentito parlare tanto.
 

S’imbatte con un anziano dalla tunica bianca e d’aspetto molto umile e gli dice:
 

«senti tu, mendicante, dov’è il Saggio che abita quest’isola?». L’anziano risponde ‹non lo so tutto il mondo viene chiedendo su quel Saggio e quest’isola è abitata solo da alcune quante persone come me›.
 

Il Re gli dice: «Come che non esiste nessun Saggio in quest’isola?». L’anziano gli risponde di nuovo: ‹No, non c’è nessun Saggio che io sappia… e mi dica… perché vuol vedere quel Saggio?›, gli questiona l’anziano.
 

Il Re arrabbiato replicò: «per farmi dire il segreto per essere più felici, come essere miglior governante e tutto il bello della vita».
 

Allora l’anziano gli dice: ‹Chiedi a me che io ti aiuterò›, alla quale il Re ride con tremenda risata e d’un momento rimane serio:
 

«Tu un anziano mal vestito e da quello che vedo, molto più ignorante…mi dirai quello che un Saggio mi può dire?»
 

L’anziano gli rispose:
 

‹Non ho bisogno di portare vestiti lussuosi come te, non ho neanche bisogno di ricchezze o troppe di soldati per esser Saggio, l’unico che ho bisogno è la mia testa e la mia pazienza. Tu, Re dell’isola affianco, mi hai chiesto su un Saggio e quì non ce ne.
 

Sono venuti centinaia di Re e altri governanti a chiedere di lui e non l’hanno trovato. Solo hanno parlato con me.
 

Appena hanno finito di parlare con me si ritirano ridendo e dicendo che hanno viaggiato tanto che hanno avuto tempo per pensare molti modi di risolvere i problemi e che io gli ho dato la chiave per essere migliori, ma… non so perché?›. Concluse l’anziano.
 

Il Re si gira e si dirige pensante verso la sua barca ma appena da alcuni passi fatti si rigira verso l’anziano e gli dice:
 

«Grazie famoso Saggio dell’isola, mi hai dato la chiave di come essere miglior governante, di come essere più divertente, di come avere più pazienza. Mi hai insegnato che prima devo trovare me stesso con i miei propri pensieri, con i miei atti e i miei desideri, solo così sarò migliore. Grazie, famoso Saggio dell’isola vicina».
 

L’anziano, sorpreso si gratta la testa e dice a se stesso:
 

‹per questo non esco da quest’isola, fuori tutti devono esser matti, con la stessa storia di star pensando di essere migliori e alleviare le loro pene.
 

No, no no, io sto meglio qui con la mia ignoranza e la mia umile persona, l’unica cosa che faccio è ascoltare a tutta quella gente che viene e domandargli come posso aiutarli. Solo per quel motivo mi dicono saggio›.